LA SAGA DEL VECCHIO PORCO

10 12 2007

Al uscì di casa sbattendo la vecchia porta di legno marcio e imprecando contro un dio che fino a prova contraria non gli aveva fatto nulla di male. Imprecò perchè pioveva, imprecò perchè faceva freddo e lui era mezzo nudo, imprecò perchè il recinto dei maiali si era sfondato di nuovo e di nuovo per colpa del “vecchio bastardo”, un maiale peloso e flaccido, con una bocca troppo larga e bavosa da cui spuntavano delle zanne gialle e consumate. Adesso il vecchio bastardo era lì in mezzo alla poltiglia fangosa, fra le assi fradicie del porcile crollato. La sua enorme mole, terribilmente traballante si agitava nervosamente riversa su un lato, scuotendo le corte zampette isteriche nell’aria. Gli altri maiali erano tutti schiacciti nell’unico punto che l’acqua e il vento non erano ancora riusciti a raggiungere, per fortuna – pensò Al – almeno non dovrò rincorrerli come uno scemo per le colline, con questo buio pesto sotto i fulmini. Al odiava la pioggia e odiava i fulmini, e odiava sentirsi fradicio e stare nel fango, con la merda di maiale che gli arrivava alle ginocchia.

Io lo guardo pigramente cercando di accendere il tabacco nella pipa, troppo umido per prendere fuoco. Lo scruto dal vetro lercio della stanzetta, reso ancora più opaco dalla pioggia che batte ormai da quasi due giorni: uno dei peggiori temporali che abbia mai visto in tutta la mia vita. Sta venendo giù il cielo e Al se ne è uscito in mezzo al fango e alla grandine con i suoi stivaloni di cuoio perchè quella bestia immonda del vecchio porco aveva avuto la bella idea di schiantarsi contro il recinto. Decido che per questa sera posso rinunciare a fumare, a dire il vero non ne ho nessuna voglia: è da due giorni che tossisco sangue e forse… Ma cosa sta facendo? Vedo Al che sta trascinando di peso quell’ammasso di trippe e salsicciotti verso la casa. Il maiale è mezzo sommerso dalla fanghiglia, mentre mattonate di grandine martellano la sua pelle dura come un tamburo. Se continua a trascinarlo così finirà affogato quello schifoso bestione… Guardo Al, il volto scavato, le braccia magre: è meno duro di lui, ha una ferita all’altezza della tempia destra, forse per alla grandine, ma che ne so, magari è la bestia infernale che ha deciso di ribellarsi e di crepare riportandosi Al nell’Inferno da cui è venuta. Al è davanti alla porta.

“Vecchio stronzo non ci pensare nemmeno a fare entrare quello schifo qua in casa, non ci pensare proprio…” Ma Al apre la porta col culo mentre con la forza delle braccia si tira dietro quel quintale di carne marcia e viva E quello si lascia dietro una scia nera di sangue denso e pelo. 

Sono passate due ore buone e Al si è addormentato stravolto sulla poltrona, quella rossa di velluto sfondato, di fianco al camino. Lo guardo dalla porta socchiusa e cerco di distrarre l’attenzione dal puzzo di merda che viene dal maiale putrescente, che Al ha deciso che doveva alloggiare in camera mia. Sembra che stia dormendo. Russa, sempre che un cinghiale possa russare, più che altro grugnisce e sgrufola, aspira rumorosamente e caccia fuori palle di bava giallognola. Si è formato intorno alla sua bocca un laghetto di crema densa dai riflessi verdastri. SPERO CHE CI AFFOGHI! Mi hai sentito bestiaccia viscida.

Lo sto solo pensando. Ci manca solo che si svegli Al, o il Vecchio porco, che sarebbe ancora peggio! Mi avvicino a lui e lo guardo fisso negli occhi, chiusi. Ascolto il suo puzzo, sento il suo respiro, studio la sua pelle spugnosa. Sono abbastanza esperto nel far fuori la gente, daltronde è per quello che sono finito in questo posto di merda con queste manette arrugginite ai polsi.. Sono abbastanza esperto e non credo che fare fuori un maiale indifeso, per quanto grosso e lurido non credo sia un’impresa al di fuori della mia portata. Mi spiace solo per il vecchio Al, che ci tiene come ad un fratello, beh come al genere di fratello che però non ti tieni in casa.

Io mio fratello ho cercato di ucciderlo due volte.
Dopo di che ho iniziato a farmi crescere la barba, una folta barba, arruffata dal tempo e dalla polvere impastata dal vento umido del sud, bianca come la neve sulla cima delle montagne quando il sole è allo zenit e arruffata come un barboncino affogato in un barile di melassa. D’estate ci nascondevo le noci tostate, d’inverno ci rimanevano impigliati gli scoiattoli.
Poi ho compiuto sei anni.
Ovviamente scherzo, non state ad ascoltare i deliri di un vecchio pazzo, se non avete la cintura di sicurezza e il salvagente allacciati. Sarete buffi e saggi. Sarete sani.

Non riesco a tenere l’attenzione su un mio pensiero per più di pochi secondi, che già affonda nuovamente nelle narici l’odore acre di scoreggia di troll che contraddistingue l’aroma naturale del vecchio bastardo, e risento il freddo pungente delle manette arrugginite che mi bloccano le mani e mi obbligano a stare sdraiato in questa posizione innaturale. Mi ricorda quand’ero un ragazzino e passavo la notte appolaiato su grossi rami con le braccia a penzoloni, e dieci metri più in basso le belve affamate che aspettavano il loro pasto caldo, nella foresta di M.
Bel posto la foresta di M.
Bel posto per seppellirci un cadavere, a patto che sia morto. Ho passato lì la mia infanzia, o almeno buona parte. Questa volta non sto scherzando e anche se fosse non potete provarlo.
In questo umido dormiveglia il picchiettare della pioggia sul tetto di legno e lamiera e lo sciaquio dei fiumi di fango che circumnavigano la fatiscente stamberga, mi portano in un posto lontano nello spazio e nel tempo, dove fra le mattonelle di selciato plumbeo scivolavano ogni notte agili intrecci di vino, sangue e lacrime.

(continua)

Vi chiedete perchè l’ho fatto? Non lo so, ditemelo voi🙂

February 02, 2007 @ 23:13


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